POTERE AL CORPO

Potere al corpo, teatro delle nostre esistenze. Che spesso ci dimentichiamo di avere o diamo per scontato. Quello che ci permette di gioire, piangere, mangiare, dormire, godere, arrabbiarci, abbracciarci.

Potere al corpo che ci mette in relazione con il mondo, ci fa sentire l’altro, la sabbia sotto i piedi, il vento sulla pelle, la barba dei baci di papà, il solletico lungo i fianchi. 

Potere al corpo che vive di cibo e si nutre. Che sa riconoscere un gusto autentico. 

Potere al corpo che si trasforma e cambia. Che chiede una chance e merita fiducia. 

Potere al corpo che esalta le nostre emozioni, dà forza al nostro sentire.

Potere al corpo e non solo alla mente.

Potere al corpo che grida verità sempre e regala vita.

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MINDFUL EATING: la scelta di vivere il cibo con leggerezza

Sì, credo che il titolo che ho immaginato per questo articolo dia voce al mio sentire e rappresenti la scelta di vita che ho fatto, perchè ho sposato il mindful eating nella mia quotidiniatà oltre che nell’uso professionale. Sono diventata insegnante di alimentazione consapevole, questa la traduzione italiana di mindful eating. Questo titolo lo spendo tutti i giorni nel mio fare la psicoterapeuta. Lavoro, da una decina di anni, con pazienti che vivono il cibo come un’ossessione e che come migliore nemica hanno una bilancia che dice che valgono poco come persone. Si guardano allo specchio e non si piacciono quasi mai. Noi abbiamo visto solo nel film d’animazione Alice nel paese delle meraviglie, biscotti che chiedono di essere mangiati, ma ci sono alcune persone che tutti i giorni devono fare i conti con il cibo che sembra voler divorare il loro cuore. A maggio scorso ho conseguito il titolo che mi vede insegnante di mindful eating abilitata che rappresenta un’esperienza e un valore in più. Sono stata a Padova per 5 giorni in un monastero che ha racchiuso il mio silenzio. La condivisone con i miei compagni di viaggio è diventata un dono e questo attestato apre la strada ad un percorso che necessita comuqnue di pratica quotidiana e costante. Per sensibilizzare al tema del mindful eating, insieme ad altre colleghe, ho creato questa pagina internet che spiega che cos’è e che cosa non è il mindful eating http://mindfuleatingtorino.it. Per me Mindful Eating è un modo per iniziare a riflettere sul rapporto tra come ci nutriamo e come stiamo, con noi stessi e con gli altri. E’ una via, una scelta di vita. Per capire che le emozioni sono il nostro nutrimento principale: sono loro che ci fanno sentire affamati o sazi.

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Buon compleanno Ostaggi del cibo

3 anni fa nasceva il mio mio progetto Ostaggi del cibo. È passato un po’ di tempo e sono contenta dei risultati ottenuti. Grazie a chi mi ha supportato, ai miei pazienti che sono fonte di speranza e coraggio. Nei miei articoli c’è sicuramente un pezzo di me ma tanto appartiene al loro sentire, a quelle emozioni che loro mi passano e che cerco di tradurre in parole. E grazie a tutti quelli che mi supportano anche solo con un like ai post di Facebook, a chi ora sta leggendo questo ringraziamento fino alla fine. E si va avanti perché Ostaggi del cibo è una rubrica, un momento di riflessione e di sensibilizzazione verso chi non conosce questo tipo di disturbo e lo sottovaluta. E sono dalla parte di chi, prima di mangiare, chiede il permesso al cibo, di chi si sente sopraffatto da piatti che divorano e sembrano famelici, di chi utilizza il cibo per colmare o placare vuoti enormi. La psicologia e la fotografia si fondono, la teoria e la pratica si completano per offrire un quadro che è forza, dolore, controllo, amore e mancanza. E sono dalla parte di chi, troppo poco spesso si accorge che curare il corpo significa nutrire.

Repost della poesia Ostaggi del cibo che inaugurava il blog il 28 aprile del 2016.

Prede e ricatti.

Sofferenza e speranza.

Vittime indiscriminate di un dolore sordo.

Anime prigioniere di se stesse. 

Piatti come macigni, voragini scivolose, vicoli ciechi che non meritano fiducia.

Sono ostaggio del cibo: lo vedo come un nemico, mi spaventa il suo potere.

Come un carnefice mi sevizia con i suoi odori, tenta iI mio desiderio per poi costringermi a serrare la bocca.

Sono prigioniera del cibo, che influenza la mia vita, mi obbliga. La sua forza mi sottomette.

Sul mio palato rimane solo l’amaro, il sapore indistinto di rinuncia e dolore.

Aspetto.

Chi mi salverà dalla conta senza sosta delle calorie ingerite? Chi mi solleverà dall’infame senso di colpa?

Chi ascolterà il mio grido? Chi colmerà il mio vuoto?

Il mio corpo cambia, si trasforma, ma non è mai abbastanza.

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NON ESISTE IL PESO FORMA

Esiste un peso ed esiste una forma. Esiste il peso che ti fa star bene ed esiste la forma che caratterizza il tuo corpo. Certo, c’è un peso che ti assicura benessere e preserva la tua salute. E c’è una forma all’interno della quale ci si sente a proprio agio. Il “giusto”peso forma è quello che decidi tu sulla base del tuo sentire e non sui numeri imposti da una bilancia che può condizionare il tuo umore. Certo, se non sto bene nel mio corpo, se provo disagio, se alcune parti di me mi imbarazzano, posso fare delle scelte che mi portano ad avere un peso forma ma sempre come risultato di azioni consapevoli e non di modelli imposti dall’esterno.

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Ode al cibo, sempre e comunque

Questa ode rappresenta la possibilità di riflettere sul rapporto unico che ognuno ha con il cibo: le modalità con cui ci avviciniamo ci dicono qualcosa in più su di noi, sempre e comunque.

Cibo che gratifica
e fa paura.
Cibo che tormenta e dà rifugio. 
Cibo che affanna e protegge.
Cibo che consola, placa e rasserena.
Cibo che dà energia.
Cibo che trabocca dalla tavola e diventa spreco.
Cibo che nausea.
Cibo che cura ferite e coccola.
Cibo che sa di dolcezza anche se ha un sapore amaro.
Cibo che premia e dà calore.
Cibo per scontare una colpa e cibo colpevole. Cibo che tenta e costringe.

Cibo di cui solo tu scegli forma e sapore.

Cibo che ha infiniti significati, cibo che può diventare vita, via, quella verso la consapevolezza del rapporto unico che ognuno ha con ciò che mangia.

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Non basta essere magri per essere felici

Se l’equivalenza fosse magrezza uguale bellezza, allora tutte le persone magre dovrebbe essere belle e magari anche felici. Mi sembra che nella quotidianità le cose non vadano esattamente così e che la felicità possa dipendere da svariati fattori. Avere un corpo che rispecchia i canoni che spesso la società ci presenta o che noi stessi riteniamo essere il “top”, potrebbe farci sentire meglio e magari potrebbe anche essere qualcosa che contribuisce ad aumentare l’autostima. Sfoggiare un corpo ideale non è però l’unica componente che crea l’autostima e anzi troppo spesso, basarsi solo su quello, potrebbe diventare rischioso. E ancora, se l’equivalenza fosse vera significherebbe che chi non è magro, chi non incarna quegli stereotipi, è destinato ad una vita infelice? Di nuovo, mi sembra che ci sia qualcosa che non torni. Autostima, corpo, magrezza, sono alcuni degli ingredienti del benessere psico-fisico ma non sono gli unici e soprattutto non sono le uniche regole che conducono alla felicità. La magrezza potrebbe aiutare a tenere alta l’autostima ma non è l’unica cosa che contribuisce a crearla. Il desiderio di dimagrire può rappresentare quindi una spinta propulsiva ad un cambiamento che potrebbe farci stare meglio: la felicità dipenderebbe dallo stare bene nel proprio corpo, dal sentirsi a proprio agio, dal guardarsi allo specchio e sorridere a se stessi. Ma se la magrezza diventa un pensiero costante, se detta le regole, se le nostre credenze si trasformano in algoritmi il cui unico risultato vuole essere un corpo perfetto, allora tutto diventa più faticoso e ci dimentichiamo che la nostra vita non è una scienza esatta, che non esistono regole che vanno bene per tutti. Indossare un corpo perfetto (perfetto per chi poi?) è la strada della felicità? Per indossare davvero il proprio corpo ci vuole ben di più che la magrezza, spesso ci vuole coraggio, quello di accettarsi così come si è, quello di fare degli sforzi per capire cosa c’è che non funziona, quello di capire qual è la strada della propria individualità e unicità, la strada della felicità insomma.

Grazie a “E” con cui ho condiviso questo articolo, lei sa che in queste parole c’è un pezzetto di lei.

 

 

 

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