Le ferite dell’anima: una cura possibile

EMDRQualche weekend fa ho partecipato ad un training il cui nome, all’apparenza così complicato, è EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) che, nella traduzione italiana suonerebbe come “desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari”. Ma di cosa si tratta? Stiamo parlando di una delle tecniche più riconosciute a livello internazionale e più supportate da evidenze scientifiche per trattare le ferite dell’anima: violenze fisiche, abusi sessuali, lutti, calamità naturali come terremoti, alluvioni, incendi o guerre. Tutti questi casi rientrano nella categoria del “trauma psicologico”, condizione in cui il corpo si sente in costante pericolo e la mente intravede una fine imminente, diventando un tutt’uno con la paura. È così che il trauma rompe le nostre abitudini, la nostra quotidianità, ci fa perdere lucidità e coscienza. L’impatto è paralizzante, così forte da frantumare anche gli equilibri più stabili. Tra i sintomi che si accompagnano a traumi o stress intenso, troviamo:

Senso di irrealtà – Sembra di vivere in un film dell’orrore, con uno zoom sulla scena peggiore, che si riproduce costantemente nello schermo della nostra mente. Ci si sente chiusi in una realtà che immobilizza.

Sensazioni fisiche intense e frequenti – In modo altalenante e spesso repentino si provano differenti percezioni: dalla nausea alla tachicardia, dal tremore alla sudorazione, fino ad arrivare a un senso di profonda astenia.

Strategie di evitamento – Rispetto ad alcuni stimoli ambientali ed emotivi che vengono associati all’evento traumatico, si mettono in atto alcuni tentativi per allontanarsi dalla paura che l’evento si ripeta, per proteggersi dalla sensazione di pericolo imminente.

Disturbi del sonno – Il riposo fisiologico necessario alla sopravvivenza è compromesso, si dorme in un sonno leggero, con frequenti incubi o continui risvegli.

Pensieri intrusivi – In modo del tutto involontario arrivano pensieri, emozioni, immagini, ricordi in genere legati all’evento vissuto. Ne deriva un senso di disagio molto forte.

Paura del futuro – I pensieri e le emozioni relativi al futuro appaiono offuscati e lontani, il senso di progettualità molto confuso.

Difficoltà di concentrazione – Dedicarsi con attenzione alle attività quotidiane diventa difficile.

Vulnerabilità – Ci si sente preda di possibili ricadute, come se l’evento traumatico da un momento all’altro potesse ripetersi. Ci si può sentire scoraggiati, spesso disperati e senza via di fuga.

La presenza di alcuni di questi sintomi delinea il quadro del “disturbo da stress post traumatico”. Questo tipo di disturbo può diventare pervasivo e invalidante, fino ad arrivare a condizionare la vita delle persone che lo vivono e di quelle che gli stanno accanto. Per il suo trattamento, la tecnica dell’EMDR prevede una stimolazione attraverso movimenti oculari molto simili a quelli del sonno Rem, quindi già conosciuti dal nostro cervello e del tutto naturali. Il terapeuta chiede al paziente che ha vissuto il trauma, di seguire con gli occhi i movimenti che le sue dita faranno. La testa rimane ferma, sono gli occhi che si spostano. Così, senza indurre nessuno stato di ipnosi, gli eventi che hanno fatto fatica a trovare una posizione nella nostra memoria iniziano a trovare un nuovo collocamento. Il ricordo non sparisce (meno male!) ma si colora di una tinta nuova, a volte sembra perdere vivacità, appare sbiadito. In ogni essere umano esiste un sistema, fisiologicamente orientato, che permette di superare e metabolizzare anche gli eventi più spiacevoli. Il nostro cervello si è evoluto perché ci riparassimo dalla pioggia, imparassimo a trovare cibo: siamo nati per farcela, eppure le ferite più dolorose, quelle dell’anima, spesso appaiono come “congelate” in una rete che rimane isolata dal resto. Ecco perché non si riesce a dormire la notte, con il pensiero che ci assale, oppure giriamo per strada con la paura che quello che è successo una volta possa accadere ancora. I movimenti oculari dell’EMDR provano a riattivare la capacità di “autoguarigione” del cervello, che trova le risorse giuste per incanalare l’evento traumatico in una maniera funzionale. L’esperienza si trasforma, l’evento viene re-integrato in una rete di ricordi meno frammentata, i pensieri e le immagini rispetto all’evento si modificano, l’autocontrollo aumenta. Questa è la tecnica che è stata utilizzata con i veterani del Vietnam, con gli agenti di polizia coinvolti in sparatorie, con i bambini che nel 2009 hanno vissuto l’esperienza del terremoto a L’Aquila. Molti Paesi l’hanno inclusa nelle linee-guida sanitarie e i risultati sembrano incoraggianti. A questo punto, vi starete chiedendo: “È davvero tutto così facile?”. Risposta: l’EMDR non elimina il ricordo traumatico, fa sì che venga rielaborato più in fretta per essere immagazzinato e trovare il suo posto. L’EMDR non è una tecnica da poter applicare ad un amico o ad un parente, è un trattamento integrato e va inserito all’interno di una cornice precisa che è quella composta dalla diade terapeuta-paziente. L’EMDR ci permette di fare i conti, in un ambiente protetto, con i nostri ricordi disturbanti e dolorosi. Possiamo ignorare le nostre ferite, possiamo accantonarle o metterle in una tasca, ma arriva un momento in cui il peso di esse ci può schiacciare. In fondo la tasca che nasconde la sofferenza è parte di noi, dell’abito che mettiamo tutti i giorni, che non possiamo permetterci di scegliere, perché è cucito sulla nostra pelle, ma a noi rimane la possibilità di sceglierne il colore!

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